Un caso disperato

Hanno chiamato oggi questo strano Dottore che cura, pare, malattie impossibili. Quando giungono nello studio sono affranti. Sono fratello e sorella, 40 anni più o meno. Sono seduti e si tengono stretti, lui tiene la propria mano protettiva su quella di lei.

E’ il fratello che parla. Lei ha gli occhi che stanno per piangere e continua a deglutire senza riuscire a respingere quel nodo in gola che impedisce di parlare. Se solo aprisse la bocca scoppierebbe in lacrime.

“Dottore, volevamo un suo parere”

“Dite pure”

“Papà è molto malato. Un tumore al polmone… grosso così” e le mani indicano le dimensioni di un pompelmo.

“Come sta ora?”

“E’ in coma, dottore. Ormai da una settimana non mangia, non risponde… dorme… Sì, è come se dormisse. Siamo stati stamattina in due importanti Istituti dei tumori” e indicano i nomi di due dei più importanti IST italiani.

“Il loro parere?”

“Dieci giorni… ci hanno detto che ne avrà per dieci giorni”

“Non voglio che muoia papà” rompe il silenzio e gli argini di un pianto da troppo contenuto, la sorella.

“Ragazzi, consentitemi di chiamarvi così… Evidentemente ormai la malattia ha fatto, diciamo, il suo corso. E’ molto che sta male il babbo?”

“Sono otto mesi giusti oggi” riprende il fratello.

“Se le condizioni sono così gravi…”
“Vorremmo che lei guardasse comunque la cartella clinica e la documentazione che abbiamo prodotto” e il figlio del Paziente porge alcuni fogli pinzati.

Il quadro è effettivamente molto grave. La documentazione clinica rivela che il quadro è molto più complesso. Nel fegato sono presenti sei, o forse sette metastasi e altre otto nel cervello e cervelletto.

Anche gli esami sono un disastro e nei documenti c’è traccia di tutti i protocolli eseguiti.

“Ha fatto un bel po’ di chemio”

“Sì, e ogni volta stava malissimo” riprende la sorella, ora ricomposta.

“La situazione è molto grave. Hanno ragione gli oncologi dell’IST. E poi, se è in coma… Io credo che occorra rispettare i tempi della natura”
“Dottore, se siamo qui è perché vogliamo tentare la sua terapia. Ne abbiamo sentito parlare bene”

“Ragazzi, io sono contrario all’accanimento terapeutico. E in questo caso…”

“Dottore, noi, per nostro padre, vogliamo poter dire che le abbiamo tentate tutte”

Nella coscienza del Medico riecheggiano queste parole troppe volte sentite. Quel dubbio, quando la malattia ha ormai condotto il Paziente alla dodicesima stazione della sua personalissima Via Crucis, e i parenti chiedono di tentarle tutte. Quante volte, in questi momenti, pensa, ho curato le pene di mogli, mariti, figli, genitori… ahimé, a volte, innaturalmente, genitori anziché le infermità del Paziente?

“Dottore, la prego” mi dice la figlia con gli occhi lucidi.

“Noi vogliamo fare la sua terapia” le fa eco il fratello.

Dopo venti minuti i due ragazzi escono dallo studio con la ricetta e le istruzioni in mano: inizieranno, mi dicono, già stasera la cura.

Quattro giorni dopo, il medico entra nella casa del malato.

La moglie lo accompagna nella camera dove trova, seduto sul letto, lo sguardo vispo e l’espressione intrigante di chi la sa lunga, un sorriso che ispira un’immediata simpatia. E’ un uomo sulla settantina. Portati bene.

“Eccolo qua il nostro Dottore – dice rivolto alla porta – ora lei mi deve spiegà che cazzo ce mette dentro questi boccettoni!”

“Ettore…” lo redarguisce, traboccante d’affetto, la moglie.

“Mi scusi, signora… ma questo sarebbe il malato?”

“Sì, Dottore… è il mio marito. Quando ha finito la prima flebo ha aperto gli occhi e dopo la seconda si è alzato ed è venuto in cucina a mangiare”

“Riesce ad alzarsi?”

“Sì guardi, dice il Paziente” e sta per scendere dal letto.

“No aspetti un momento. Prima la visito”

L’esame neurologico è completamente negativo.

Il Paziente scende dal letto e cammina.

“Guardi come vo’ dritto… che prima sbandavo. Sulla destra sbandavo, cosa che per mè l’è peggio di una bestemmia”

La TAC fatta nelle settimane successive, finito il ciclo, dimostra una regressione delle metastasi cerebrali. Soprattutto è scomparsa quella che invadendo il cervelletto, aveva tolto al Paziente la possibilità di coordinare i movimenti e, quindi, l’equilibrio.

Siamo a febbraio.

Nei mesi successivi il Paziente sta meglio.

Scende in giardino e pota le sue rose. Durante la visita aveva parlato parecchio delle sue rose e di come solo lui, con sapienti sforbiciate ai rami, era in grado di mantenerle, “robuste, belle, odorose”.

Durante l’estate aiuta il figlio a ridipingere tutti i termosifoni di casa e, la sera, “cambiato a puntino” va a braccetto con la moglie in paese a prendere il gelato.

La domenica, sorprende la fervente devozione di certi bestemmiatori creativi quale Vittorio è fulgido esponente, in giacca e cravatta segue la messa tenendodo a braccetto la moglie.

Morirà nove mesi più tardi.

I figli, preparati all’evento e in pace con la propria coscienza, stringendo le mani del Medico gli dicono: “Abbiamo potuto dirgli tutte le cose che non gli avevamo detto in una vita”.

“Coraggio, ragazzi!”