LA CURA BIOINFUSIONALE

RAZIONALE SCIENTIFICO

PREMESSE

 

Questa cura, ideata e brevettata da un Collega e carissimo Amico, purtroppo scomparso, non può essere considerata un “piano terapeutico di trattamento” in senso stretto. O per lo meno non nel senso in cui la Medicina definita “convenzionale”, ci chiede di affrontare l'argomento della cura.

 

Un’altra premessa necessaria ad una lettura ragionata delle considerazioni farmacologiche e cliniche che compongono la presente relazione è che il trattamento adiuvante qui descritto poggia le proprie basi sulle robuste radici della cd. Medicina Olistica (1,2). Questa è troppo spesso considerata una “branca” medica – quasi una specializzazione – piuttosto che, come più correttamente appare opportuno, non ad un semplice ossequio semantico, un modello mentale del Medico che non si limita a considerare il Paziente come una sommatoria di organi e funzioni, ma un unicum inscindibile, composto di spirito, mente e corpo: elementi che interagiscono nel benessere, così come negli stati morbosi: determinandone l’insorgenza ed influenzandone l’andamento.

 

Le basi scientifiche di riferimento e di sostegno a questo modello mentale sono rappresentati da una infinità di ricerche scientifiche in ambito medico, farmacologico, biochimico, mirabilmente illustrate e sistematizzate in un corpus unico, definito PsicoNeuro Endocrino Immunologia (3). Questa relazione fa riferimento anche a queste conoscenze, tutte ampiamente disponibili nel panorama dell’informazione biomedica più accreditata dalla Comunità Scientifica indipendente.

 

Alla luce di queste premesse possiamo descrivere questa cura come un trattamento complementare, integrativo, e non alternativo, delle terapie proposte dalle linee guida, dai protocolli o dai Colleghi, ognuno secondo la propria esperienza, le proprie conoscenze e la propria coscienza. 

 

Questa cura, come si diceva, si affianca a questi protocolli e non li sostituisce, a meno che non sia il Paziente a rifiutarli, secondo il diritto alla Libertà delle Cure, ampiamente elargito da Istituzioni nazionali e sovranazionali (9-11) e a meno che, come spesso succede, i protocolli proposti non dimostrino, nel singolo Paziente, l’efficacia desiderata.

 

Questo anche in ossequio al Codice di Deontologia Medica (12)

 

Si tratta, in estrema sintesi, di un insieme di farmaci, somministrati per via venosa, che hanno pressoché costantemente la caratteristica comune di essere “naturali”. Nel senso che queste sostanze sono normalmente presenti nell'organismo e sono sintetizzate o formulate da alcune Industrie farmaceutiche e il loro utilizzo è autorizzato da AIFA.

 

Nell'insieme, queste sostanze, sono affidate all'organismo, a dosi terapeutiche, che le utilizza per innescare i meccanismi di protezione degli organi e dei sistemi coinvolti nel complesso quadro morboso.

 

Una lettura olistica dei fenomeni patologici aiuta sicuramente ad interpretare questo approccio. E' patrimonio comune di ogni Medico la consapevolezza che l'autoguarigione è una delle strade che conducono al benessere e alla risoluzione di eventi morbosi anche gravi.

 

Questa cua sostiene e/o attiva i processi di autoguarigione, sia attraverso i noti effetti dei singoli farmaci, più avanti descritti e, verosimilmente, da complessi e difficilmente indagabili effetti di benefica interazione tra le diverse molecole ed i loro metaboliti e le reazioni biochimiche, umorali, enzimatiche da questi sollecitate (13, 14). Si tratta di un aspetto problematico che si estrinseca in ogni terapia multifarmacologica (15).

 

Sono questi meccanismi d’azione che la rendono efficace in numerose condizioni morbose, senza regsitrare, a distanza da molti anni dalla sua applicazione, alcun effetto collaterale, in ossequio al principio “primum non nocere” fondamento del Giuramento ippocratico (16) e del Codice di Deontologia Medica, che ad esso si ispira (12).

 

 

Alla luce di queste considerazioni, mal si concilia la richiesta, talora sollecitata di istruire tale pratica “terapeutica” secondo le regole – peraltro raramente praticate – dell’uso di farmaci “off label”: il consenso, secondo le procedure di prescrizione e somministrazione garnatiscono il consenso informato del Paziente e l'uso della pratica off label parrebbe desueta o, quanto meno, applicata in modo non pregnante. Invitiamo a considerare in questa sezione anche le terapie instaurate per contrastare condizioni esistenziali comuni, ma che tendono ad estendere il dominio della malattia sul piano quantitativo (17), un esempio per tutti l’abbassamento dei livelli di colesterolemia considerati normali (18) o i livelli della pressione arteriosa.

 

 

I farmaci utilizzati, tutti registrati dalle Autorità governative internazionali in materia di autorizzazione al commercio dei farmaci, possono essere associati in modo diverso, ed a dosaggi diversi, in relazione alla storia clinica del Paziente, al profilo diatesico, alla familiarità... in armonia all’assioma noto ad ogni studente in Medicina secondo il quale “esiste il malato e non la malattia”, la terapia viene personalizzata.

 

I FARMACI

ESAFOSFINA: fruttoso-1,6-difosfato

Ad eccezione del substrato iniziale (glucosio) e degli acidi intermedi piruvico e lattico, i prodotti intermedi della glicolisi sono esteri dell’acido fosforico. La loro fosforilazione ed il trasferimento del gruppo fosfato sono fondamentali nella via glicolitica anaerobica perché si inseriscono nei sistemi termodinamici correlati alla sintesi di ATP (adenosin trifosfato) dall’ADP (adenosin difosfato) mediante un processo connesso con altri processi sia anaerobici sia aerobici.

Inoltre, vi sono altre importanti attività biologiche sviluppate da questi composti fosforilati. Tra essi occupa una particolare posizione l’intermedio fruttoso-1,6-difosfato, che è un metabolita intracellulare naturalmente presente e preposto alla regolazione di molte vie metaboliche. Tale intermedio è connesso con l’aumentata metabolizzazione dei carboidrati in quanto stimola la glicolisi, mentre simultaneamente inibisce la neoglucogenesi.

Nella via glicolitica anaerobica, l’intermedio fruttoso-1,6-difosfato gioca un ruolo molto importante nella sintesi di ATP: le determinazioni mediante calorimetria indiretta del consumo di carboidrati e di lipidi hanno dimostrato che, durante la stimolazione da fruttoso-1-6, di fosfato, vi è un netto aumento nella energia derivata dai carboidrati e una diminuzione della energia ottenibile dai lipidi(28)

Pertanto, il fruttoso-1,6-difosfato è un fattore fondamentale nella dinamica del processo anaerobico lattacido che è così indicato perché si sviluppa a partire da glucosio senza richiedere la presenza d’ossigeno (anaerobiosi), ma determina la formazione di piruvato che a sua volta si converte reversibilmente in lattato. Il processo libera una quota d’energia pari a 146 kJ/2 moli di piruvato, ossia il 5,6 % della quota d’energia che si libererebbe dalla completa ossidazione del glucosio nei mitocondri (2.480 kJ).

In compenso, il processo anaerobico lattacido libera energia in tempi molto brevi, per cui la variazione d’energia nell’unità di tempo è certamente elevata.

Da un punto di vista biochimico, però, il fruttoso ed il fruttoso-1,6- difosfato non sono la stessa cosa. La fosforilazione del fruttoso cambia totalmente il significato biologico e bioenergetico di uno zucchero, per cui il fruttoso-1,6-difosfato - ma non certo il fruttoso - svolge un ruolo basilare nel metabolismo energetico dei muscoli scheletrico e cardiaco, essendo un intermedio della via glicolitica la quale fornisce energia attraverso un processo di tipo anaerobico, correlato ad altri processi sia anaerobici, sia aerobici.

Il fruttoso-1,6-difosfato somministrato per via venosa non è idoneo allo scopo di fornire fruttosio per la sintesi dei glicogeni, ossia di quel vasto gruppo di carboidrati contenuti nei tessuti viventi sotto forma di polimeri ad alto peso molecolare degli zuccheri semplici.

Infatti, tali glicogeni sono composti da molte unità di glucosio, ma non di fruttosio, assemblate da legami a-glucosidici in catene glucosidiche con numerose ramificazioni

 

In realtà, l’effetto dell’Esafosfina non è legato ai kJ che sono potenzialmente ‘contenuti’ nelle molecole di fruttoso-1,6-difosfato, ma deriva dall’attivazione funzionale dei processi bioenergetici connessi con la scissione metabolica del glicogeno e del glucosio, accompagnati dall’interazione con la superficie delle membrane cellulari, dalla promozione della ripolarizzazione cellulare, dall’aumento della captazione del potassio, ecc.

 

LIPOSOM FORTE

A livello del sistema nervoso centrale un ruolo morfo-funzionale molto rilevante è giocato dai fosfolipidi cerebrali, quali fosfatidilcolina, fosfatidiletanolamina, fosfatidilserina, colina, etanolamina, serina, acido fosfatidico, difosfoinositide, sfingomieline, ecc. Uno dei componenti più significativi dei citati fosfolipidi è la fosfatidilserina, che si trova nella membrana cellulare di una ampia varietà di organismi.

I liposomi fosfolipidici sono delle specifiche preparazioni biochimiche rappresentate da vescicole costituite da lamelle bidimensionali di fosfolipidi che contengono una soluzione acquosa: si formano mediante trattamento con ultrasuoni delle membrane lipoidee.

Il trattamento con miscele di fosfolipidi determina nel SNC un decremento nella

concentrazione dei neurotrasmettitori catecolaminergici: dopamina (selettivamente nel corpo striato) e noradrenalina (particolarmente nella corteccia cerebrale e nell’ipotalamo), con parallelo incremento dell’acido omovanilico, con inversione del rapporto dopamina/acido omovanilico.

Le risposte metaboliche si attuano anche mediante le azioni catalitiche della tirosina idrossilasi e dell’adenilato ciclasi dopamina-sensibile con aumento dell’AMPciclico per l’intervento dei recettori ß-adrenergici ed adenosinici.

A sua volta, la dopamina stimola la sintesi dei fosfolipidi nei neuroni cerebrali per cui i deficit di dopamina inducono un decremento nella concentrazione dei fosfolipidi stessi malgrado s’instauri un significativo incremento compensatorio nell’attività degli enzimi che sono connessi con la biosintesi dei fosfolipidi.

All’attivazione del sistema dopaminergico indotta dai fosfolipidi cerebrali sarebbe

attribuibile anche l’aumento del livello plasmatico dell’ormone somatotropo (GH) e la riduzione della prolattinemia, comunque, in entità chiaramente inferiore di quelle indotte da noti agenti farmacologici dopaminergici, quali levodopa, bromocriptina e piribedil.

Il trattamento con dosi elevate di fosfatidilcolina determina un incremento nella liberazione di acetilcolina nel sistema nervoso. Soprattutto alla fosfatidilserina viene accreditato l’incremento del rilascio di acetilcolina da parte della corteccia cerebrale: il blocco dei recettori cerebrali della dopamina inibisce l’effetto della fosfatidilserina sul rilascio cerebrale dell’acetilcolina, evidenziando che detta azione si attua indirettamente per un meccanismo correlato all’attività del sistema dopaminergico.

La somministrazione di fosfatidilserina da una parte incrementa le funzioni cognitive e comportamentali anche nei soggetti anziani mentre, dall’altra, migliora gli eventi neuronali coinvolti nella codificazione o nel consolidamento di nuove informazioni nella memoria sia in epoca postnatale sia nell’invecchiamento.

La somministrazione di fosfatidilserina antagonizza gli effetti catalettici indotti dalla

morfina e quelli comportamentali indotti dalla scopolamina: queste azioni sono correlate all’interferenza della fosfatidilserina con il sistema dopaminergico e con il sistema colinergico subcorticale. 

La bibliografia di base sui fosfolipidi è molto vasta, dato che gli stessi svolgono numerose funzioni di modulazione nelle membrane biologiche, nella regolazione di attività enzimatiche, nella replicazione del DNA, ecc.

La sintesi intraorganica dei fosfolipidi dai precursori è, tuttavia, molto complessa(70) per cui, in caso di necessità terapeutica, la loro somministrazione esogena come medicinali può contribuire a risolvere.

LE PATOLOGIE

 

La cura svolge quindi i propri effetti sul versante della antiossidazione, della stabilizzazione delle membrane cellulari, della liberazione dai radicali liberi. Il ristabilire livelli energetici, immunologici e biochimici di base tipici dei meccanismi di autodifesa, genera supporti utili alla guarigione in diverse situazioni morbose.

 

La cura ha dimostrato, associata o meno alle terapie protocollari secondo i desiderata dei Pazienti, benefici effetti nella cura di diverse malattie:

 

• In diverse patologie tumorali (tutti i tipi solidi, anche ematici come leucemie e linfomi) mitiga, fino ad eliminarli, gli sgradevoli effetti collaterali delle chemioterapie e delle terapie radianti. Ha dimostrato anche notevoli capacità antitumorali

 

◦ In numerosi casi si è dimostrata la regressione del tumore e la ripresa del Paziente anchein condizioni gravissime e pre-terminali, con incremento considerevole della sopravvivenza

 

◦ La regressione degli effetti collaterali durante le sedute di chemio e radioterapia si verifica in una percentuale elevatissima dei Pazienti. Abbiamo anche notato benefici effetti su neuropatie iatrogene a distanza di anni

 

• In diverse patologie neurodegenerative

 

◦ Risultati soddisfacenti si riscontrano sulla sclerosi multipla, sugli esiti di ictus

 

◦ Risultati di un certo rilevo nelle demenze sia di Alzheimer che di tipo vascolare, tanto più sollecite e soddisfacenti quanto la terapia viene instaurata nelle fasi precoci

 

• Nella depressione ed altre patologie psichiatriche

 

• Nella psoriasi e nelle sue complicanze articolari

 

• Nella arteriosclerosi. Abbiamo verificato anche la riduzione di placche ateromasiche

 

• Nelle epatopatie croniche

 

• Nelle malattie allergicheNelle malattie infiammatorie intestinali (m. di Chron e Colite Ulcerosa), articolari (artrite reumatoide) e di altri organi e sistemi

 

 

Quanto sopra può essere testimoniato direttamente da molti Pazienti, o dai parenti di questi, che hanno potuto verificare, a partire dalle più svariate patolgie come sia possibile ottenere benefici altrimenti impossibili.